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Hussein Hamade, è morto all`Aquila. Lo chiamavano tutti Michelone, per il suo aspetto fisico, era alto Michelone, era grande, sembrava nessuno potesse fargli del male. Michelone era iscritto a medicina, frequentava il secondo anno, era bravo, intelligente, e generoso. Michelone era israeliano era nato nell`alta Galilea 21 anni fa. Era andato via dal suo paese con il consenso dei genitori per allontanarsi da quel mondo crudele di guerre e tensioni che caratterizza quelle meravigliose terre. Michelone, all`Aquila aveva programmato il suo futuro, sei anni di medicina e poi la carriera specialistica in America, e qui, in Italia nella casa dello studente aveva trovato anche la donna di cui si era innamorato. Una ragazza di Monsampolo Chezia Carlini che quella sera fatale era tornata a casa. Michelone non rispondeva al telefono la notte della domenica dopo il terremoto, non ha mai risposto. La famiglia di Chezia è riuscita a mettersi in contatto con l`ambasciata israeliana il lunedì e la mattina del martedì il padre di Michelone arrivava a Ciampino e con il conosolato israeliano incontrava alle due del pomeriggio i familiari di Chezia che erano giunti all`aquila. La prima tappa fu la casa dello studente, ore di attesa lì davanti a quei brandelli di casa. Chezia era sospesa tra la possibilità di riabbracciarlo e la desolazione di non poterlo abbracciare più. “Se lo trovo me lo sposo subito” diceva continuamente, era un giuramento che faceva con lui davanti a tutti. Il padre di Michelone un dentista, magro dal volto emaciato, aveva una dignità che si trova in pochissime persone. Un` attitudine al dolore, come se lo avesse dentro da millenni e sapesse controllare il suo iter. La sera del martedì seppero che per la nottata non ci sarebbero state novità, allora un`altra nottata di scosse e tormenti di ansie e di disperazione. Un` altra nottata senza mangiare senza dormire senza lavarsi e allora il padre di Chezia ha ospitato il padre di Michelone il nipote che lo aveva accompagnato e quattro studenti israeliani amici di Chezia e Michelone a casa sua a Monsampolo. Al mattino del mercoledì con le speranze sempre più flebili tornavano all`aquila, davanti a quel sepolcro, la casa dello studente. Qui l`attesa non fu lunga, immediatamente un incaricato della protezione civile si avvicinò loro e disse di raggiungere la scuola della finanza. “Ma è sicuro che è il ragazzo israeliano? E` sicuro che è Michelone?” anche quell`uomo incaricato di dare notizie aveva occhi disperati e con una voce spezzata dal pianto “non ce la faccio più”. Raggiunsero quel luogo, la scuola della finanza, le macchine erano silenziose, non c`era più speranza, c`era la certezza di dover constatare qualcosa che alle porte del cervello rimbalzava e tornava al mittente. Quel posto, quella camera ardente era un luogo inviolabile, era in bilico tra il terrore della disperazione e la grandezza dell`uomo. Bare, bare, bare, sofferenza uomini donne vecchi a soffrire inauditamente e accanto ad ognuno di loro uomini esperti uomini angeli della protezione civile, della croce rossa delle forze dell`ordine e dell`esercito. Angeli uomini a consolare, nei tempi nei modi giusti puntuali, senza mai eccedere senza mai invadere. La disperazione e la consolazione. Arriva l`ambulanza, non ha sirene spiegate è silenziosa porta con se un cadavere, i famigliari tutti si avvicinano e già tutti si mobilitano attorno a loro per attivarsi subito dopo la visione del corpo. Il telo viene aperto è lui... Michelone. Singhiozzi, singulti, urla, gesti di dolore e una voce su tutte quella di Chezia “Che ti è successo amore mio, che ti è successo” Due persone a testa per i sofferenti, uno psicologo da una parte e un medico con lexotan diuretici dall`altra. Tempo dilatato, la sofferenza si sottrae alla mente per nascondersi tra le pieghe di ogni cellula del corpo nascondendosi anche agli occhi. Sguardi persi ,oltre un confine che non è lo spazio ma è il tempo. Il passato. Poi arriva la burocrazia e tutto sembra parlare d`altro, il trasporto della bara, l`aereo da prendere e l`ultimo saluto tra Chezia e Michelone. Questo è quello che è accaduto, Chezia avrebbe voluto non poterlo mai raccontare.
